"CHE COSA È IL MARXISMO?": Un libro prezioso per giovani e militanti
- Francesco Ricci

- 30 dic 2023
- Tempo di lettura: 13 min

Il lettore si trova in mano un piccolo tesoro. La prima edizione italiana assoluta di un libro molto importante. Al di là del titolo modesto (Che cosa è il marxismo?), quello che presentiamo nella accurata traduzione di Fabiana Stefanoni non è uno dei tanti testi che, nei decenni, sono stati scritti come introduzione al marxismo. Sono centinaia i testi che hanno la pretesa di spiegare in poche pagine il marxismo, e molti hanno titoli uguali o simili a questo di Milcíades Peña. Ma la differenza tra quella fitta schiera e questo libretto risulterà subito evidente al lettore.
Tuttavia, prima di entrare nel contenuto di questo piccolo libro, vale la pena presentare l’autore.
Milcíades Peña, militante rivoluzionario
La gran parte dei lettori italiani non conosce Milcíades Peña. Per quanto ne sappiamo, nessuna delle sue, poche, opere è mai stata tradotta nella nostra lingua.
Peña, argentino, nacque a La Plata (Buenos Aires) nel 1933 e morì suicida poco più che trentenne, nel 1965. Nato in una famiglia della piccola-borghesia, con molti problemi (la madre soffriva di «schizofrenia»), ultimo di quattro figli, fu affidato agli zii e non completò gli studi liceali. Lo zio era bibliotecario, la zia maestra, e gli trasmisero la passione per la lettura e per lo studio. Solo quando compì 11 anni seppe che gli zii non erano i suoi genitori.
Nel 1947, a soli 14 anni aderisce al Gom (Grupo obrero marxista), la prima organizzazione trotskista diretta da Nahuel Moreno (fondatore di quella corrente che alcuni decenni dopo assumerà il nome di Lega internazionale dei lavoratori – Quarta Internazionale), nata nel 1943-1944, quando Moreno aveva vent’anni. Si trattava di un gruppo di giovani studenti che cercava in ogni modo di legarsi alla classe operaia, andando a prestare solidarietà alle lotte operaie della cintura di Buenos Aires. Dopo poco Peña è eletto nel Comitato centrale del Partito, che nel frattempo aveva adottato il nome di Partido obrero revolucionario (Por).
Tra il 1955 e il 1957, poco più che ventenne, questo autodidatta geniale inizia a scrivere una opera in più volumi sulla Historia del pueblo argentino, che copre il periodo storico che va dal 1500 al 1955,[1] in cui applica alla storia argentina gli strumenti del marxismo e in particolare la concezione dello «sviluppo diseguale e combinato» che Trotsky aveva ripreso da Marx e sviluppato (ponendola alla base della teoria-programma della «rivoluzione permanente»), e l’elaborazione di Lenin sull’imperialismo.
Nel 1957-1958 dirige, con Moreno, la rivista Estrategia de la liberacion nacional y social, cui collaborano note figure del marxismo argentino, tra cui Silvio Frondizi. Dopo alcuni anni di militanza attiva, si allontana progressivamente dalla corrente morenista e si dedica prevalentemente all’attività teorica.[2] Con lo pseudonimo di Alfredo Parrera Dennis nel 1964-1965 è il principale animatore della rivista marxista Fichas de investigation economica y social. Nel frattempo, traduce dal francese varie opere del filosofo marxista Henri Lefebvre.
Le fonti eterodosse di Che cosa è il marxismo?
Questa opera di Peña nasce in realtà non come libro ma come trascrizione di una serie di sei lezioni orali tenute nel 1958 a un gruppo di giovani militanti, studenti della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Buenos Aires.
La prima cosa che salta all’occhio è il riferimento ad alcuni autori «eterodossi», cioè scomunicati dallo stalinismo che imperava all’epoca nel movimento operaio: come Ernst Bloch o il primo György Lukács (prima cioè che, dopo varie «autocritiche», rientrasse nelle file dello stalinismo); come Henri Lefebvre (in particolare i testi successivi alla sua rottura con il Pcf stalinista); e anche autori all’epoca (e ancora oggi) poco conosciuti in America latina, primo tra tutti Antonio Labriola (alla cui fonte si abbeverò il giovane Trotsky), coniatore dell’espressione «filosofia della praxis» con cui si riferiva alla reale «concezione materialistica della storia» elaborata da Marx ed Engels.
Alla lista degli autori su cui Peña si forma e cerca di formare nuovi militanti va aggiunto Antonio Gramsci, che svilupperà appunto il concetto labriolano di «filosofia della praxis» nelle riflessioni gnoseologiche contenute nei Quaderni del carcere, in particolare con la sua critica a quel «marxismo volgare» che (dopo la morte di Engels) fu la copertura ideologica prima del riformismo della Seconda Internazionale nella fase della sua degenerazione opportunista e poi dell’opportunismo della Terza Internazionale nell’epoca del dominio stalinista e del cosiddetto «diamat», cioè di quel «materialismo dialettico» che riduceva il marxismo a un determinismo meccanico, «economico», rimuovendo la concezione socio-economica propria del pensiero marxiano.
«Non un dogma ma una guida per l’azione»
Riprendendo la famosa definizione di Engels, la brillante sintesi divulgativa di Peña ci fornisce del pensiero dei due fondatori del «socialismo scientifico» una visione non dogmatica, che riporta il marxismo alla teoria marxiana, appunto una «guida per l’azione»: laddove il termine «scientifico» (come già aveva chiarito Marx)[3] va inteso non nel senso positivista, non come una sorta di fisica newtoniana applicata alla società, ma come una teoria che è «scienza» perché, a differenza del socialismo utopistico che strologava su immaginarie società del futuro, si basa su uno studio delle contraddizioni della società capitalistica. Uno studio volto a costruire il programma del partito rivoluzionario, che ha per scopo sviluppare la lotta di classe fino alla distruzione dello Stato borghese e alla costruzione di uno Stato operaio, cioè una dittatura del proletariato che è fase transitoria verso l’eliminazione della società divisa in classi e dunque di ogni sfruttamento e oppressione.
Nonostante la giovane età, Peña dimostra in queste lezioni una conoscenza profonda dei classici del marxismo e anche della sterminata letteratura mondiale e delle polemiche sul tema della concezione materialistica della storia.
Una conoscenza che riesce a trasmettere al lettore con parole chiare ma non banali, evitando, da buon autodidatta, ogni ricorso alle tipiche fumoserie a cui ci hanno abituato quegli accademici che si guadagnano il pane complicando le cose semplici.
Il nuovo materialismo di Marx nell’analisi di Peña
Le “Tesi su Feuerbach” sono il testo di Marx che Peña indica come fondamentale per comprendere cosa realmente sia la concezione materialistica della storia. Si tratta di un paio di paginette, scritte nel 1845, mentre con Engels Marx sta preparando L’ideologia tedesca, e che hanno per Marx la funzione di chiarire le idee a sé stesso (il testo non era destinato alla pubblicazione, fu edito per la prima volta da Engels quarant’anni dopo).
In queste “Tesi” non c’è la «scoperta» del materialismo, che già aveva migliaia di anni. C’è la fondazione di una nuova concezione che supera tutto il materialismo anteriore (che Marx indica come «vecchio materialismo»), senza cadere nell’idealismo.
Qui Marx conserva, supera e sviluppa (aufhebung, secondo l’espressione di Hegel) tutta la filosofia precedente, usando Feuerbach contro Hegel ed Hegel contro Feuerbach.
Per fare questo non sostituisce al concetto ipostatizzato di idea uno altrettanto ipostatizzato di materia. Solo così Marx può dare una risposta nuova al problema fondamentale di tutta la filosofia, cioè quello della relazione tra Pensiero ed Essere. Nel «vecchio materialismo» erano due entità separate e indipendenti: da un lato la natura, o oggetto della conoscenza, o materia; dall’altro lato l’uomo, o soggetto della conoscenza, o coscienza. Marx unisce in una totalità questi due elementi, al contempo concependoli come una unità differenziata, una unità di opposti, in movimento.
Chiaramente, dal punto di vista genetico la materia è anteriore alla coscienza. Il mondo è esistito prima che arrivasse l’uomo. Ma da quando e comparso l’uomo, la natura perde la sua indipendenza assoluta e non ha senso – sottolinea Marx – parlare di una realtà che non comprenda la coscienza che, allo stesso tempo, è parte della realtà e la modifica. La famosa frase con cui si è soliti riassumere la concezione di Marx, «l’essere determina la coscienza», è in Marx solo una semplificazione che già apparteneva al materialismo anteriore. Ma ciò che il materialismo che precede Marx «dimentica», come egli scrive nella terza di queste undici tesi, è proprio l’essenziale: e cioè che sono gli uomini che cambiano le circostanze, cioè l’essere: «l’educatore può essere educato».
Per questo tra oggetto e soggetto, tra materia e coscienza, non c’è una relazione di «riflesso». Concetto che avrà modo di chiarire Lenin nei suoi Quaderni filosofici, correggendo la falsa interpretazione che aveva dominato la Seconda Internazionale (e che sarà ripresa dallo stalinismo), una interpretazione a cui, seppure solo in termini filosofici e non politici, Lenin stesso aveva aderito per tutto un periodo sulle orme di Plechanov, padre della socialdemocrazia russa, suo maestro in questo campo.[4] Se si vuole utilizzare la metafora dello specchio bisogna precisare, commenterà Lenin nei suoi appunti, che si tratta di un riflesso attivo. Perché il soggetto che conosce è parte dell’oggetto conosciuto, e attraverso la praxis, modifica l’oggetto che conosce. In altre parole: l’oggetto conosciuto non è una realtà esterna, indipendente dall’uomo.
Qui sta tutta l’importanza, come sottolinea Peña, della famosa, spesso citata e non sempre compresa, undicesima “Tesi su Feuerbach”: «i filosofi hanno finora interpretato in vari modi il mondo, si tratta ora di cambiarlo». Non è un semplice appello all’azione rivoluzionaria. Con queste parole Marx afferma una concezione che indica nella praxis (cioè nella produzione e riproduzione della vita materiale, nel contesto della lotta di classe) il superamento della secolare opposizione tra conoscere e fare, tra teoria e pratica, tra soggetto e oggetto, tra coscienza ed essere.
Struttura e sovrastruttura, il ruolo della classe operaia
Ma cosa significa tutto questo concretamente, uscendo dal linguaggio filosofico e riguardando alla più nota metafora di struttura (Struktur) e sovrastruttura (Überbau), metafora in cui molto spesso è stato imprigionato il pensiero vivo di Marx? Peña ovviamente non nega (il che sarebbe anti-marxista) che esistano struttura e sovrastruttura, tanto nella concezione di Marx come nella realtà. Ma spiega che la metafora architettonica non va presa alla lettera, se non si vuole ridurre il marxismo a un determinismo meccanico, a un materialismo metafisico.
In tutta la sua opera, a partire appunto dalle “Tesi su Feuerbach”, e poi applicando questa stessa concezione nelle opere seguenti, e in forma suprema nel Capitale, Marx afferma che la praxis allo stesso tempo unisce e differenzia e modifica struttura e sovrastruttura, che sono storicamente determinate e in un movimento continuo di due sfere che si compenetrano.
Certamente possiamo e dobbiamo distinguere struttura e sovrastruttura nell’astrazione analitica della realtà. Ma nella vita reale non esistono separatamente, non c’è una relazione ferrea e semplice di causa-effetto, di determinazione nell’accezione restrittiva della parola.
Parafrasando il Lenin dei Quaderni potremmo dire che la sovrastruttura non solo riflette la struttura socio-economica, ma la crea con la praxis che cambia la natura e la realtà storica di cui l’uomo è parte; e nel fare questo, l’uomo (l’uomo sociale, partecipe della lotta di classe, non l’uomo astratto di Feuerbach) al contempo cambia la propria coscienza.
Il vero significato della «ultima istanza»
Quanto abbiamo scritto più sopra non è negato – a parole – neanche dalla più ottusa deformazione del marxismo. Chi difende l’interpretazione determinista volgare in genere la infiocchetta aggiungendo che «certo, la sovrastruttura retro-agisce sulla struttura», che «certo, tra le due c’è un rapporto dialettico» ma per poi ribadire che, «in ultima istanza», è la struttura economica che determina la società. Eppure, come spiega con chiarezza Peña, un materialismo volgare non diventa marxista semplicemente aggiungendo qui e là la parola «dialettica».
E con l’espressione «ultima istanza» Engels (l’ideatore di questa metafora presa dal linguaggio giuridico) intendeva solo precisare che: 1) si tratta di un condizionamento dei limiti, dei confini di movimento della sovrastruttura da parte della struttura e non di una determinazione meccanica, cioè non c’è un rigido rapporto causale; 2) che questo condizionamento agisce solo sulla lunga durata, sui grandi avvenimenti storici: non è una formuletta con cui si possono interpretare i singoli fatti storici; 3) che questa struttura, che impropriamente e per semplificare definiamo «economica», per Marx è socio-economica, designa cioè le relazioni che l’uomo stabilisce nella società per la produzione e riproduzione della sua esistenza.
La forza motrice della storia
Il senso profondo della concezione di Marx ed Engels sta appunto nel non essere una «filosofia della storia». La storia, ripeterono infinite volte i due, «non fa nulla»; non c’è nessuna «legge» che imponga un corso storico né quindi nessuna «inevitabilità del socialismo».[5]
La società umana non è governata da nessuna logica trascendente, né da Dio né dalla Storia, né dallo Spirito o Ragione né dalla Materia. È l’uomo che fa la storia, con la lotta di classe. Chiaramente la sua azione non è arbitraria: l’uomo fa la storia nelle condizioni che incontra, che a loro volta sono il prodotto delle lotte precedenti. Condizioni (circostanze) che possono essere studiate scientificamente e, al contempo, entro certi limiti, modificate.
Sono Marx ed Engels a ripetere questo concetto chiave. Ad esempio nel 1879 nella nota “Circolare alla direzione del Partito socialdemocratico tedesco” scrivono: «Per quarant’anni abbiamo indicato nella lotta di classe la forza motrice della storia».
Il riformismo odierno e la sua filosofia postmodernista
Il lettore che non prestasse attenzione all’anno (1958) in cui furono tenute le lezioni potrebbe attribuire a Peña una sottovalutazione della deformazione opposta e speculare a quella determinista che egli qui critica; potrebbe pensare che Peña in qualche modo approvasse una concezione, per così dire, «indeterminista». Ma bisogna appunto tenere conto che negli anni Cinquanta a dominare nel movimento operaio era il determinismo meccanicista, che costituiva la copertura ideologica del riformismo delle organizzazioni staliniste e socialdemocratiche (se il socialismo viene considerato il prodotto di una inevitabile evoluzione della storia, perde ogni senso la lotta rivoluzionaria).
Tuttavia l’equilibrata riscoperta da parte di Peña dell’autentica concezione materialistica della storia di Marx ed Engels fornisce già gli strumenti al lettore odierno per criticare anche quella particolare forma degenerata di idealismo che si è incarnata negli ultimi decenni nel postmodernismo, in cui il riformismo ha trovato un alibi teorico non meno efficace del meccanicismo.
È a partire dalle sconfitte delle lotte operaie e studentesche degli anni Settanta, tradite dalle burocrazie staliniste e riformiste, il meccanicismo ha lasciato il posto ai primi germogli di un’altra malapianta: quella postmodernista.
Qui emerge il polo opposto a quello determinista: con l’eliminazione della «contraddizione principale» (quella capitale-lavoro), con la «intersezionalità» che non distingue sfruttamento del lavoro salariato da oppressioni, con la ricerca di «nuovi soggetti» (dando per morta la classe operaia), con la negazione del partito e del fine a cui i comunisti vogliono portare la lotta di classe.
Se per i deterministi la storia si risolve in una «equazione di primo grado», come commentava ironicamente Engels, per gli «indeterministi» la storia è un marasma incomprensibile, un caos senza senso così come appariva agli occhi ingenui dello stendhaliano Fabrizio del Dongo la battaglia di Waterloo.
Se il riformismo classico, radicato nella classe operaia, seminava illusioni sulla riformabilità del capitalismo potendo garantire qualche briciola in una fase di relativa crescita del sistema, il riformismo attuale, privo di radicamento operaio, con le crisi del capitalismo che si susseguono sempre più dirompenti, si fa garante piuttosto della gestione di politiche anti-operaie addolcite da parole sparse come zucchero a velo su una torta.
I neo-riformisti, che collaborano con la classe avversaria e i suoi governi, pensiamo a Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, Rifondazione in Italia coi governi Prodi ecc., hanno sentito il bisogno di una nuova coperta teorica. La hanno incontrata nelle teorizzazioni postmoderniste che, negando l’esistenza stessa di una realtà oggettiva (per loro, sulle orme di Nietzsche, «non esistono fatti ma solo interpretazioni»), rimuovono ogni possibilità di cambiamento rivoluzionario della realtà. Di qui il fiorire negli ultimi decenni di quelle teorie accademiche (come la teoria queer o le teorie prevalenti nel femminismo piccolo-borghese) per le quali la materia è un prodotto del linguaggio (sulla scia del filosofo Derrida, «non esiste realtà fuori dal testo»), il linguaggio «costruisce» la realtà e dunque si tratta semplicemente di «decostruire» il linguaggio inventando una neo-lingua fatta di giochi semantici, parole che è vietato pronunciare (fosse pure per citarle stigmatizzandole), lettere rovesciate ecc.
Una lettura indispensabile
Quelli indicati sono solo una parte dei temi più importanti che il lettore troverà nel testo di Peña. Un assaggio sufficiente per capire come non abbiamo in mano il solito manualetto di divulgazione-banalizzazione del marxismo. Peña precisa più volte che le sue lezioni devono essere intese solo come un invito ad approfondire lo studio, in primo luogo sulle fonti primarie, cioè con la lettura di Marx, Engels, Lenin e Trotsky.
Al contempo, il libro che presentiamo è estremamente efficace per liberare i testi dei nostri maestri dalle incrostazioni falsificatorie del riformismo e dello stalinismo. Falsificazioni non basate, sia chiaro, su un «malinteso» o su una incomprensione dei testi e dell’azione dei fondatori del socialismo scientifico. Falsificazioni che, a partire da una sapiente manipolazione dei testi, di frasi sciolte dal loro contesto, sono servite per trasformare il marxismo, deformandolo, nella copertura ideologica della collaborazione di classe, nell’attesa messianica di un «sol dell’avvenire» il cui sorgere veniva di volta in volta rinviato nel tempo (lasciando liberi, nel frattempo, i burocrati riformisti di ingrassare alla tavola del padrone).
E così, ad esempio, per i menscevichi (riformisti russi) non si poteva fare una rivoluzione socialista nel 1917 in Russia perché bisognava prima lasciar «evolvere» l’economia del Paese verso il pieno sviluppo del capitalismo. Così pure i popoli dei Paesi coloniali, secondo riformisti e stalinisti, dovevano aspettare pazientemente il loro turno, rispettando le «leggi» dello sviluppo economico e lasciando la precedenza ai Paesi a capitalismo avanzato. Così, per fare un altro esempio, per lo stalinismo togliattiano non si poteva a metà degli anni Quaranta fare in Italia una rivoluzione che liberasse al contempo il Paese dal fascismo e dai suoi mandanti borghesi: perché bisognava, nella logica del «fronte popolare» con la borghesia «progressista», procedere per tappe.
Bastino questi pochi esempi per comprendere l’importanza di questo dibattito teorico apparentemente «filosofico». Ma anche per capire, a questo punto, le parole entusiaste con cui abbiamo iniziato la presentazione per la prima volta in Italia di questo testo di Peña. Un testo che ancora oggi, a sessant’anni di distanza, può servire a ogni operaio, a ogni giovane, a ogni militante che voglia apprendere che cosa è realmente la concezione materialistica della storia, arma preziosa che Marx ed Engels hanno lasciato in eredita a chi vuole comprendere il mondo per rovesciarlo e costruirne uno differente che, abolendo l’arcaica divisione in classi della società che vogliono farci apparire come cosa normale, consenta di costruire una società in cui ciascuno possa dare secondo le sue possibilità e ricevere secondo i suoi bisogni.
Note
1) Ne esiste una versione curata da Horacio Tarcus, un libro di quasi 600 pagine: Milcíades Peña, Historia del pueblo argentino, 2012, Emecé.
2) Chi fosse interessato ad approfondire la figura di Milcíades Peña può leggere, tra l’altro, Horacio Tarcus, El marxismo olvidado en la Argentina. Silvio Frondizi y Milcíades Peña, El Cielo por Asalto, 1999; dello stesso autore: “Estudio introductorio a Milcíades Peña” ne lla edizione del 2000 del libro che qui presentiamo; Hernan Camarero, “El periodo formativo de un intelectual: Milcíades Peña y el trotskismo en las decadas 1940-1950”, in Archivos de historia del movimiento obrero y la izquierda, n. 3, 2013, disponibile per la consultazione sul sito della rivista.
3) K. Marx, “Estratti e commenti critici a Stato e anarchia di Bakunin”, in K. Marx, F. Engels, Critica dell’anarchismo, Einaudi, 1974.
4) Sta qui la principale differenza tra il Lenin «filosofo dilettante» di Marxismo ed empiriocriticismo (1908-1909) e il Lenin che, dopo uno studio approfondito della filosofia e in particolare della Scienza della Logica di Hegel, nel 1914-1915, chiuso nella biblioteca di Berna con l’intenzione di dare una spiegazione anche teorica al tradimento della Seconda Internazionale, la cui maggioranza si era schierata con i rispettivi governi borghesi impegnati nel macello della Prima guerra mondiale, scrive gli appunti che saranno poi raccolti nei Quaderni filosofici, e riscopre l’autentica concezione marxiana del materialismo, facendo una implicita autocritica delle sue posizioni filosofiche anteriori.
Non è questa la sede per dilungarsi sulle differenze tra le due citate opere di Lenin. Basti qui aggiungere che questa «riscoperta» leniniana della concezione marxiana starà alla base di tutta la sua elaborazione successiva: dai fondamentali studi sull’imperialismo, alla difesa dell’intervento dei rivoluzionari nella battaglia contro l’oppressione nazionale, alle Tesi di aprile con cui fu cambiato il programma dei bolscevichi nel corso del 1917, superando la concezione semi-tappista della «dittatura democratica degli operai e dei contadini» per abbracciare la prospettiva (anticipata dall’elaborazione di Trotsky della rivoluzione permanente) della dittatura del proletariato come premessa per assolvere, in un unico intreccio programmatico, agli stessi compiti democratici.
5) Sulla concezione della «inevitabilità del socialismo», falsamente attribuita a Marx ed Engels, rimandiamo per un primo approfondimento a F. Ricci, R. Ayala, “Il teorico della «inevitabilità» del socialismo e il Kautsky rinnegato (non Marx)” in Trotskismo oggi, n. 7, maggio 2015, pp. 24-33.
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