L'ANIMA DEL BOLSCEVISMO - Prefazione a "La loro morale e la nostra"
- Matteo Bavassano

- 7 mar 2024
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La loro morale e la nostra, pur essendo abbastanza noto almeno di nome, è una tra le opere più sottovalutate del rivoluzionario russo Lev Trotsky. Dirigente di due rivoluzioni, 1905 e 1917, creatore dell’Armata rossa e artefice della vittoria nella Guerra civile, teorico della rivoluzione permanente e avversario della burocrazia e della degenerazione dello Stato sovietico, ha indubbiamente scritto molti libri importanti: da Terrorismo e comunismo a La rivoluzione tradita, passando per La rivoluzione permanente e con escursioni nel campo della storiografia con la Storia della Rivoluzione russa, oltre a innumerevoli saggi e articoli. Non stupisce quindi che questo libro non sia in genere conosciuto dai più. Eppure, uno dei suoi più severi critici lo indica come il libro contemporaneo che esprime «meglio l’anima del bolscevismo».[1]
Praticamente introvabile in Italia, abbiamo deciso di ripubblicarlo insieme a una serie di materiali, anch’essi difficilmente reperibili, se non inediti in italiano, dello stesso periodo e che fanno parte di una polemica che si è sviluppata in quegli anni. In questa introduzione cercheremo di ricostruire il quadro in cui è stata scritta l’opera, cercando poi di evidenziarne gli aspetti principali e il senso della polemica. Speriamo possa essere uno strumento utile soprattutto al lettore che si avvicina magari per la prima volta alle opere di Trotsky.
L’opera nel suo contesto
Lev Trotsky scrive La loro morale e la nostra durante il suo esilio in Messico: il manoscritto porta la data del 16 febbraio 1938. Trotsky era stato espulso dall’Urss all’inizio del 1929 dopo un anno di confino in Kazakistan a seguito della sconfitta dell’Opposizione unificata nel XV Congresso del dicembre 1927, in cui era stato espulso dal Partito.
Negli anni Trenta, l’Unione sovietica stava vivendo un momento di grande popolarità, non solo tra le masse operaie, che la vedevano come la patria del socialismo (non potendo conoscere gli orrori che accadevano al suo interno), ma anche tra un certo strato di intellettuali piccolo-borghesi che si consideravano in quegli anni «amici dell’Urss», e che voltavano le spalle (più a parole che nei fatti) alla decadenza della democrazia borghese.
Questa popolarità aveva varie motivazioni, tra le quali:
- la dura crisi economica che aveva colpito il mondo capitalista nel 1929, in particolare se comparata ai successi economici dell’industrializzazione nell’Urss (che erano sì accompagnati da squilibri e crisi – come aveva segnalato lo stesso Trotsky in vari testi – ma che la burocrazia si guardava bene dal far trapelare), che contribuiva all’immagine deformata di un Paese dove si stava costruendo un sistema economico più razionale e giusto, il socialismo;
- l’avvento al potere del nazismo in Germania (vicenda in cui lo stalinismo aveva avuto un ruolo nefasto fondamentale, ma che di nuovo veniva nascosto alle masse operaie dai Pc stalinizzati) e il diffondersi di movimenti fascisti in tutta Europa, che spingeva l’opinione pubblica verso sinistra;
- la fine della politica settaria e avventurista del social-fascismo,[2] e il varo della politica dei fronti popolari, che mascherava la capitolazione alla borghesia «progressista» con l’esigenza delle masse operaie dell’unità della classe nella lotta contro il fascismo;
- lo scoppio della Guerra civile spagnola, in cui i governi democratici (tra cui la Francia, governata dal Fronte popolare) si rifiutavano di aiutare il governo repubblicano, simulando una falsa neutralità che era in realtà un aiuto ai fascisti, mentre l’Urss inviò uomini e mezzi (al prezzo del soffocamento della rivoluzione proletaria e… dell’oro spagnolo!).
Tutti questi fattori contribuivano all’apparenza dell’Unione sovietica come baluardo del progresso contro la barbarie e la decadenza della società borghese.
In questo contesto, alla metà del mese di agosto del 1936 si aprì la stagione dei Processi di Mosca, con il processo detto «dei sedici», che diede il via alle Grandi Purghe. Sedici imputati,[3] tra cui i principali dirigenti bolscevichi collaboratori di Lenin (e oppositori di Stalin), rivoluzionari famosi in tutto il mondo come Zinov’ev e Kamenev, venivano accusati di complotto con la Gestapo, sabotaggio e terrorismo antisovietico agli ordini di… Trotsky, grande accusato in contumacia. Dopo aver estorto false confessioni con la tortura (fisica e psicologica), con minacce ai familiari e con false promesse di avere salva la vita, tutti gli accusati vennero condannati a morte e immediatamente fucilati, mentre altri militanti a centinaia furono fucilati senza processo o spediti nei gulag.
L’opinione pubblica e i Processi di Mosca
Nonostante la mostruosità di quanto successo, nonché l’assurdità delle accuse, non tutto il credito guadagnato negli anni precedenti venne dilapidato. Come si accenna anche in questo libro, tutta una serie di intellettuali legati a doppio filo con l’Urss staliniana, con i Partiti comunisti ufficiali e con le associazioni dirette da questi ultimi, sostenevano il diritto dell’Unione sovietica di difendersi dai nemici collusi con i fascisti. Molto spesso si trattava degli stessi giornalisti ed intellettuali che avevano nascosto sistematicamente le crisi e le nefandezze dell’Urss staliniana – come l’Holomodor,[4] per fare solo un esempio. A questi «amici dell’Urss» si univano tutti quegli intellettuali borghesi che, pur odiando l’Urss, odiavano ancora di più i rivoluzionari bolscevichi.
Tuttavia, la montatura era troppo grossolana, ed era costruita su un castello di carte. Non a caso Stalin, ben conscio della precarietà di tutta l’impalcatura inquisitoria preparata dalla sua polizia politica, fece pressioni sul governo norvegese, che all’epoca aveva concesso asilo a Trotsky, perché il rivoluzionario venisse isolato e non fosse in grado di difendersi prontamente dalle accuse. Le accuse e le stesse confessioni erano completamente assurde: rivoluzionari che avevano dedicato tutta la loro vita alla causa della rivoluzione avevano complottato con la Gestapo per far crollare il Potere sovietico. Le stesse prove fabbricate ad arte, quando vennero esaminate con un minimo d’attenzione, mostrarono una serie di incongruenze che mettevano in luce l’assurdità del Processo. Jagoda, capo dell’Nkvd, venne fatto sparire (riapparirà come imputato al Terzo processo) e fu necessario costruire un Secondo processo sulla falsariga del Primo, organizzato dal suo successore, Ežov; il periodo in cui quest’ultimo fu al potere, detto ežovščina, fu il periodo più sanguinoso delle Grandi purghe.
Tra il Secondo[5] e il Terzo[6] processo, non solo vennero fucilati alcuni tra i principali capi militari dell’Armata rossa,[7] ma i processi vennero «riprodotti» anche in Spagna, con il processo al Poum, l’omicidio di Andreu Nin e la persecuzione degli anarchici che esprimevano posizioni classiste.
Fin da subito, Trotsky e tutta l’Opposizione si misero in azione per denunciare i falsi processi che davano il colpo mortale, in senso letterale, al Partito di Lenin, chiedendo delle Commissioni internazionali di inchiesta, lavorando per smontare politicamente e fattualmente le montature staliniane – Trotsky con il libro I crimini di Stalin (1937) e suo figlio Lev Sedov con il Libro rosso sui processi di Mosca (1936). Negli Stati Uniti, oltre alla creazione del «Comitato americano per la difesa di Lev Trotsky» guidato da George Novack, venne istituita una «Commissione internazionale di inchiesta sulle accuse mosse contro Lev Trotsky nei Processi di Mosca», presieduta dal professore universitario John Dewey (e detta perciò Commissione Dewey)[8] che indagò ed emise il suo verdetto («Non colpevole»[9]) il 21 settembre 1937.
Da Mosca a Kronštadt
Man mano che veniva alla luce la sanguinaria falsità dei Processi, diversi intellettuali che prima avevano sostenuto l’Unione sovietica e la linea generale della politica di Stalin, cominciarono ad allontanarsi dal movimento comunista, attaccando l’«amoralismo» bolscevico, secondo loro causa dei Processi di Mosca, e attaccando Trotsky, sostenendo che «trotskismo e stalinismo» erano la stessa cosa. La polemica divenne molto più accesa dato che, in quel momento, le attenzioni politiche di Trotsky erano principalmente rivolte, oltre che all’Urss staliniana, verso la Guerra civile spagnola, vicenda nella quale Trotsky criticava non solo il governo di Fronte popolare, ma soprattutto le forze politiche che lo appoggiavano – specialmente gli anarchici e il Poum. Ma in questa polemica entrarono anche persone che, pur condannando lo stalinismo, non condividevano le posizioni politiche generali di Trotsky né il suo modo di polemizzare con le altre correnti del movimento operaio (il suo preteso «settarismo»), e «auspicavano» (forse meglio dire «esigevano») un’autocritica di Trotsky per tutti quegli aspetti del bolscevismo ed errori dei bolscevichi che avevano contribuito (o causato?) alla degenerazione della rivoluzione. Il più autorevole di questi ultimi fu Victor Serge. Il primo casus belli fu la rivolta di Kronštadt, riesumata dopo 16 anni.
La discussione iniziò perché «i libertari e gli anarchici in Europa si affrettarono a sottolineare le somiglianze tra i Processi di Mosca e la repressione della ribellione di Kronštadt. Mentre gli anarchici e i militanti del Poum venivano traditi dai comunisti in Spagna, il dibattito di Kronštadt servì come prova della tesi più ampia secondo cui lo stalinismo era la naturale conseguenza del leninismo».[10] Anche sulla stampa anarchica americana erano apparsi articoli su Kronštadt all’inizio del 1937. La questione fu posta direttamente a Trotsky da Wendelin Thomas, comunista tedesco che faceva parte della Commissione Dewey. La risposta di Trotsky, poi pubblicata sul Bjulleten’ oppozicii, diede inizio alla polemica con Serge, riportata in parte anche in questo volume. Trotsky risponderà anche alle accuse degli anarchici con un breve passaggio nel suo testo “Le lezioni della Spagna: ultimo avvertimento” del dicembre 1937. Trotsky, pur rispondendo nel merito alle accuse (seppure in modo non soddisfacente secondo i suoi avversari), ha evidentemente sempre considerato questa discussione, sollevata in quel momento e in quel modo, come un attacco strumentale non alla vicenda di Kronštadt, ma al bolscevismo stesso. Rispondere a questo genere di attacchi, a cui si aggiungevano per esempio quelli sugli ostaggi durante la Guerra civile, e condannare allo stesso tempo lo stalinismo e l’ipocrisia della morale borghese e piccolo-borghese, era l’obiettivo primario de La loro morale e la nostra. Non è questa la sede in cui è possibile fare un esame storico della vicenda di Kronštadt: ci siamo limitati a riassumere il quadro del dibattito politico (e non storico) di quegli anni per contestualizzarlo meglio. Per un esame storico, ci permettiamo di rinviare alle opere di Jean-Jacques Marie[11] e Paul Avrich.[12] Vale però la pena ricordare che dopo che la polemica era scemata, Trotsky ribadì che la repressione di Kronštadt era stata una tragica necessità: «Non è necessario dire che ciò che il governo sovietico fece con riluttanza a Kronštadt fu una tragica necessità. Il governo rivoluzionario non poteva presentare su un vassoio ai marinai ammutinati la fortezza che difendeva Pietrogrado solo perché alcuni dubbi anarchici e socialisti-rivoluzionari stavano istigando un pugno di contadini e soldati reazionari alla ribellione. Considerazioni simili erano in gioco nel caso di Machno e di altri elementi potenzialmente rivoluzionari, i quali erano forse benintenzionati, ma le cui azioni erano chiaramente dannose e sconsiderate».[13]
Trotsky e Serge
Victor Serge era stato un membro dell’Opposizione di sinistra in Russia ed era uno degli oppositori più famosi in occidente, anche grazie ai suoi lavori letterari. Liberato dalle prigioni staliniane grazie a una campagna internazionale, giunto a Bruxelles nella primavera del 1936 si mise subito in contatto con Sedov e Trotsky. Nella loro corrispondenza, si può trovare traccia dell’evoluzione politica di Serge: da disaccordi puramente secondari a vere questioni politiche di importanza fondamentale quali, in primo luogo, l’atteggiamento da tenere verso la rivoluzione spagnola, gli anarchici e il Poum. Se l’esistenza di queste divergenze politiche non può essere negata, Serge stesso e alcuni studiosi[14] sembrano indicare a volte che parte del problema fosse l’ambiente «settario» della Quarta Internazionale e l’azione degli infiltrati, che aumentava le tensioni politiche. Ad esempio, Serge scrisse a Trotsky: «Non so chi vi tiene informato e come, ma, purtroppo – credetemi – c’è un intero nido di intrighi qui»[15] riferendosi ai circoli della Quarta; mentre a proposito dell’incidente che porterà alla stesura di “Moralisti e sicofanti contro il marxismo”, sia Cotterill che Wasserman (che attribuisce l’idea al figlio di Serge) suggeriscono che il prospetto pubblicitario dell’edizione francese de La loro morale e la nostra fosse stato scritto da «Etienne», alias Mark Zborovskij (un agente della Gpu infiltrato) – e sarebbe lecito pensare che questi abbia convinto Trotsky che il prospetto era stato redatto da Serge. Se la vicenda probabilmente andò così, ciò non vuol dire che le divergenze che Trotsky esamina in quell’articolo siano inesistenti, sebbene Serge ritenesse che Trotsky gli attribuisse posizioni non sue.
Non crediamo di sbagliare nel dire che Serge imputava il clima esistente nella Quarta Internazionale,[16] la presenza di infiltrati, l’isolamento dalle masse, non tanto alle condizioni della lotta in un’epoca che Trotsky ha definito di «reazione mondiale», in cui i quartinternazionalisti militavano costantemente attaccati politicamente dagli stalinisti e perseguitati (persino uccisi) dalla Gpu, quanto alla concezione bolscevica del partito. La divergenza, quindi, c’era, e non era secondaria. Da dove derivava? Chi scrive pensa che l’ultimo libro di Serge che può ancora essere considerato organico all’Opposizione di sinistra sia Destino di una rivoluzione, pubblicato a febbraio 1937 e scritto sotto l’influenza indiretta di Trotsky, cioè scritto contemporaneamente o poco dopo la traduzione de La rivoluzione tradita in francese curata da Serge. In una postfazione al libro, datata luglio 1937, Serge scrive «I giudizi formulati finora dall’Opposizione di sinistra, cui appartenevo, hanno peccato d’indulgenza e di ottimismo». [17]
Riteniamo sia questo il punto centrale: persa la fiducia nella possibilità di vittoria dell’Opposizione e nel suo programma, i dubbi che Serge esprimeva già nella primavera-estate del 1936 su alcune questioni secondarie o tattiche (in ogni caso compatibili con la militanza in una stessa organizzazione rivoluzionaria), si trasformarono in un distacco dal bolscevismo. Nel caso di Serge, diversamente da quello di altri – che evidentemente non avevano la sua stessa fibra umana –, questo distacco non si tramutò in un rinnegamento della rivoluzione e del socialismo, ma in un rigetto della teoria e della pratica del partito d’avanguardia, del programma trotskista, e nella ricerca di un altro progetto politico. Da qui il fatto, ad esempio, che Serge in una lettera ad Anželika Balabanova del 1941 rivendichi ancora il suo doppio dovere,[18] ma da qui deriva anche il fatto che ritenesse ingiuste le critiche di Trotsky, che portava alle estreme conseguenze le posizioni di Serge, in una modalità polemica giustificata dal fatto che la discussione non era solo con lui, ma con tutta una serie di intellettuali che già traevano quelle estreme conseguenze dalle proprie posizioni; d’altronde, lo stesso Serge muoveva le sue critiche pubblicamente e stando fuori dall’organizzazione, e, nel caso di Kronštadt nello specifico, pur asserendo di voler fare un esame storico degli errori commessi senza attaccare il bolscevismo in quanto tale, scriveva le sue critiche proprio mentre era in atto una campagna palesemente strumentale – e non c’era nessuna ragione perché quelle tematiche non potessero essere affrontate in seguito, una volta passato il clamore degli attacchi dei nemici del bolscevismo. Si potrebbe anche pensare, ma questa è una pura ipotesi, che Trotsky fosse così duro nella sua polemica con Serge – esattamente come era stato duro Lenin con Trotsky durante la Prima guerra mondiale per la sua riluttanza a rompere con l’ala sinistra dei menscevichi (Martov e Čcheidze) – perché sperava di fermare quello che il dirigente della Quarta Internazionale considerava uno slittamento verso il centrismo; l’ultima lettera di Trotsky a Serge, in cui scrive «Non ho perso la speranza di vedervi tornare sulla strada della Quarta Internazionale», sembrerebbe confermarlo.
La lotta per liberare le masse dalla falsa morale borghese
Se dovessimo indicare un solo tratto distintivo del bolscevismo, questo sarebbe la necessità di costruire un partito dell’avanguardia che lotti per l’indipendenza di classe del proletariato. Scrivevano Marx ed Engels che «Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti».[19] La morale è una parte dell’ideologia, e la lotta per liberare il proletariato dalla sua influenza è uno dei compiti principali di un partito rivoluzionario. Per questo abbiamo l’espressione di Serge – che pure lo diceva in un altro senso[20] – secondo cui la La loro morale e la nostra rappresenta al meglio l’anima del bolscevismo. È esattamente quell’anima che Stalin ha dovuto distruggere affogando il Partito bolscevico nel sangue di tutti i suoi principali dirigenti, accusandoli di essere agenti di Hitler… prima di concludere egli stesso un patto con la Germania nazista. I resti del vecchio Partito dovevano essere spazzati via per evitare che, in un momento di fragilità del regime controrivoluzionario staliniano, i bolscevichi potessero rimettersi alla testa delle masse. Altro che stalinismo legittimo erede del leninismo.
Trotsky, per difendere il leninismo, ritiene necessario ribadire la differenza della morale bolscevica – in quanto morale del proletariato rivoluzionario – sia dalla morale della burocrazia stalinista, per cui il fine della propria sopravvivenza come casta giustifica ogni mezzo, sia dalle morali borghesi, che ingabbiano il proletariato con precetti morali astratti creati per preservare lo status quo. In questa lotta per liberare la coscienza delle avanguardie proletarie dalle pastoie piccolo-borghesi, e per arrivare domani alla coscienza di più ampie masse lavoratrici, Trotsky riafferma per via indiretta la necessità del partito d’avanguardia, come necessità di delimitare il partito per non confondere l’avanguardia della classe con la parte più arretrata dei lavoratori – concetto espresso anche da Lenin in Un passo avanti e due indietro più di trent’anni prima.
Il socialismo giustifica la lotta rivoluzionaria delle masse oppresse e sfruttate
Non accettando nessun precetto morale assoluto, cioè sovrastorico e astratto, ciò che può giustificare i mezzi impiegati nella lotta è solo il fine, a patto che i mezzi siano adeguati al reale raggiungimento di detto fine. Questa, né più né meno, la «nostra» morale, quella che sostiene Trotsky. È questa corretta interpretazione, quella dialettica, del principio morale «il fine giustifica i mezzi», che – repetita iuvant – non significa che il fine giustifica ogni mezzo. Quindi come capire se il mezzo è adatto alla lotta del proletariato per la rivoluzione socialista? Per la rivoluzione è necessario che il proletariato possa agire con indipendenza e coscienza di classe, contrapponendo le sue organizzazioni (in primo luogo il partito rivoluzionario) a quelle della borghesia; quindi, – ci dice Trotsky – «Ammissibili e obbligatori sono soltanto quei mezzi, rispondiamo, che uniscono il proletariato rivoluzionario, che riempiono il suo cuore con ostilità inconciliabile verso l’oppressione, che gli insegnano il disprezzo per la morale ufficiale e per i suoi servitori democratici, lo impregna della coscienza della propria missione storica, aumenta il suo coraggio e il suo spirito di abnegazione nella lotta»; e, ancora, «il grande fine rivoluzionario respinge quei mezzi e metodi infimi che mettono una parte della classe operaia contro l’altra; o che tentano di fare la felicità delle masse senza la loro partecipazione; o che diminuiscono la fiducia delle masse in sé stesse e nella loro organizzazione, sostituendola con il culto dei “capi”. Principalmente e inconciliabilmente, la morale rivoluzionaria respinge il servilismo in relazione alla borghesia e la superbia nei confronti dei lavoratori».[21]
Trotsky non scopre questo principio con La loro morale e la nostra. È il principio morale che ispira la sua azione politica da sempre, ed è lo stesso principio che sostiene nel tanto criticato Terrorismo e comunismo, scritto contro Kautsky durante gli anni della guerra civile, in cui Trotsky giustificava la legittimità della Rivoluzione d’ottobre, della dittatura del proletariato e del diritto del proletariato rivoluzionario a difendere con ogni mezzo di lotta il proprio Stato durante la guerra civile. La formulazione che usa in quel testo, «chi mira a un fine non può rifiutare i mezzi»,[22] non è così diversa da alcuni passi di La loro morale e la nostra, come questo: «chi accetta il fine (la vittoria su Franco) deve accettare i mezzi (la guerra civile con la sua scia di orrori e crimini)».[23] Certo, ora Trotsky aggiungeva che c’era il problema di capire cosa giustificasse il fine, ma il principio è lo stesso. La differenza era che nel 1920 nessuno metteva in dubbio la bontà del fine, o quale fosse il fine. Anche perché l’interdipendenza dialettica di mezzi e fine fa sì che il fine sia a sua volta mezzo di un altro fine. Non si trattava quindi di trovare un qualche principio astratto, ma quello della liberazione dell’uomo dallo sfruttamento, che era il fine del socialismo, che era a sua volta il fine della Rivoluzione. Durante la Guerra civile, il fine immediato, che diveniva mezzo della successiva edificazione del socialismo, era il difendersi con le unghie e coi denti dalla reazione monarchica e dall’intervento degli eserciti imperialisti stranieri. E per questo fine era imprescindibile il sostegno delle masse alla Rivoluzione. La vittoria nella Guerra civile sarebbe stata impossibile senza questo sostegno.
Serge contesterà questo principio. Nel suo Memorie di un rivoluzionario, commentando il passo in cui Trotsky spiegava perché avesse scartato la possibilità di un colpo di mano contro la burocrazia dominante quando ancora era capo dell’Armata rossa, scriverà «Raramente si è riusciti a mettere in rilievo meglio di così che il fine, lungi dal giustificare i mezzi, li deve dominare».[24] La formulazione di Serge, «il fine deve dominare i mezzi», appare forse più chiara, più lineare. Ma nel concreto cosa significa? Vediamo cosa diceva Serge in un testo precedente di critica a La loro morale e la nostra: «Non ho intenzione di riprendere la discussione, peraltro abbastanza inutile, sul fine che giustifica i mezzi. Chi vuole il fine vuole anche i mezzi, dato che ogni fine richiede mezzi appropriati. Evidentemente bisogna servirsi di mezzi diversi per costruire una grande prigione totalitaria o per fondare una democrazia dei lavoratori».[25] Serge ha forse cambiato in seguito posizione? Legittimo, tanto più che decise di non pubblicare mai questa sua critica… Tuttavia, quello che qui Serge metteva in discussione non era il principio, ma l’appropriatezza del mezzo.
Da parte nostra crediamo che la formula di Trotsky, se ben compresa – cioè intesa nella sua dimensione dialettica e non unilateralmente[26] –, sia molto più corretta e utile anche come mezzo di verifica pratica della correttezza delle posizioni politiche e delle azioni dei rivoluzionari: se queste portano a una maggiore unità del proletariato, elevano la sua coscienza di classe, e aumentano la sua disposizione alla lotta, allora queste sono corrette, giuste e giustificate. Si tratta del fondamento di classe di una morale pratica, che possa servire a una reale autocritica, un qualcosa che Serge ha sempre chiesto… non ritenendo, però, valide le risposte di Trotsky, che non era disposto, in un’autocritica riguardante presunti singoli errori, a sacrificare la dottrina della rivoluzione socialista, che per lui era il bolscevismo.
L’autocritica che Serge chiedeva, al di là della questione specifica di Kronštadt (che fu solo il punto di inizio di questo dibattito), era di riconoscere che gli errori del bolscevismo avevano permesso la degenerazione dell’Ottobre. L’opinione di Trotsky, invece, era che la questione dovesse essere esaminata nell’arena della lotta di classe mondiale: rimanendo isolata, per di più in un Paese arretrato, la Rivoluzione non riuscì a superare le sue contraddizioni interne in maniera tale da impedire lo sviluppo e la vittoria delle deformazioni burocratiche. Ma ciò non era deciso in anticipo, e il corso della lotta di classe internazionale e una rivoluzione in qualche altro Paese avrebbe potuto scongiurare questo epilogo. Riconoscere questo significa rivendicare il programma della Rivoluzione d’ottobre e il bolscevismo. Su questa base si può discutere qualsiasi errore, di cui ovviamente i rivoluzionari dovranno tenere conto per cercare di evitarne di nuovi. Ma non può esistere nessuna «formula assoluta», sia essa legislativa o morale, che possa prevenire tale degenerazione. Questo il senso delle risposte di Trotsky alle critiche di Serge.
Può forse sorprendere come alcune parti de La loro morale e la nostra siano ancora oggi attuali. Proprio mentre scrivevamo questa introduzione, oltre ad assistere a una guerra di aggressione imperialista all’Ucraina che dura da più di un anno e mezzo, il 7 ottobre abbiamo visto un imponente assalto delle masse palestinesi che hanno inferto un duro colpo alle Forze armate dello Stato d’Israele, che da 75 anni opprime le masse palestinesi. È vergognoso vedere come i telegiornali borghesi mettano sullo stesso piano la violenza degli oppressori per sottomettere le masse popolari e la violenza degli oppressi per liberarsi dal giogo dell’oppressore, ma ancora di più come parte della cosiddetta sinistra ceda a questa visione moralista che serve solo a condannare gli oppressi e la loro lotta. Se con la pubblicazione di questo libro saremo riusciti a convincere della validità della morale bolscevica, inscindibile dal programma della rivoluzione socialista, anche un solo giovane militante, strappandolo così dall’ideologia morale creata ad uso e consumo degli sfruttatori, potremo dirci soddisfatti.
Matteo Bavassano
10 ottobre 2023
Note
1) V. Serge, “Morale e rivoluzione”, 1939, inedito, ora in Socialismo e totalitarismo. Scritti 1933-47, Prospettiva edizioni, 1997, p. 65. Sul giudizio di Serge torneremo in seguito.
2) Teoria sancita ufficialmente al X Plenum del Komintern del luglio 1929, che vedeva fascismo e socialdemocrazia come i due poli estremi dello schieramento borghese, negando una qualsiasi differenza qualitativa tra i due, e arrivando a teorizzare la necessità di combattere principalmente contro la socialdemocrazia. Venne abbandonata solo con il VII Congresso del Komintern nel 1935 che varò i Fronti popolari.
3) Gli imputati erano Kamenev, Zinov’ev, Mračkovskij, Smirnov, Evdokimov, Ter-Vaganjan, Bakaev, Berman-Jurin, David, Dreitzer, Holtzman, M. Lur’e, N. Lur’e, Olberg, Pikel, Reingold.
4) Viene indicata con Holomodor la grave carestia che colpì l’Ucraina a seguito delle politiche staliniste di collettivizzazione forzata nel 1932-33. Il regime fece di tutto per nascondere la gravità dell’accaduto, affidandosi anche a giornalisti e intellettuali compiacenti pronti a chiudere gli occhi su quanto stava accadendo e a esaltare tout court il successo dei piani quinquennali.
5) Gli imputati al Secondo processo (detto «dei diciassette») furono: Radek, Pjatakov, Sokol’nikov, Serebrjakov, Muralov, Arnold, Boguslavskij, Chestov, Drobnis, Hrasche, Livsič, Knjazev, Norkin, Pušin, Ratajčak, Stroilov, Turok.
6) Gli imputati al Terzo processo (detto «dei ventuno») furono: Bucharin, Rykov, Krestinskij, Jagoda, Rakovskij, Bessonov, Bulanov, Černov, Chodžaev, Grinko, Ivanov, Ikramov, Kazakov, Krjučkov, Levin, Maksimov-Dikovskij, Pletnev, Rozengolc, Šarangovič, Zrlenskij, Zubarev.
7) Le vittime del processo a porte chiuse dell’Armata rossa furono: Tuchačevskij, Jakir, Uborevič, Ėjdeman, Kork, Putna, Fel’dman e Primakov. Il generale Gamarnik si era già suicidato una volta conosciute le accuse. Il maresciallo Bljucher, che era stato giudice al processo, venne epurato nel 1938.
8) Oltre a Dewey, fecero parte della commissione Carleton Beals, Otto Rühle, Benjamin Stolberg, Alfred Rosmer, Wendelin Thomas, Edward A. Ross, John Chamberlain, Carlo Tresca, Francisco Zamora Padilla. Fatta eccezione per Rosmer, la maggioranza della commissione non condivideva le posizioni politiche di Trotsky.
9) Le conclusioni dei lavori vennero pubblicate in un libro intitolato appunto Not guilty.
10) Così Susan Weissman in D.J. Cotterill (a cura di), The Serge-Trotsky papers, Pluto press, 1994, p. 152. Subito dopo, Weissman assicura che «Serge non condivideva questa opinione».
11) J.J. Marie, Kronštadt 1921, 2005, Utet, 2007.
12) P. Avrich, Kronštadt 1921, 1970, Oscar Mondadori, 1971. Pur non condividendo pienamente l’impostazione dell’autore, citiamo un brano dall’introduzione che reputiamo significativo: «Kronštadt presenta una situazione in cui lo storico può simpatizzare con i ribelli, ma ammettere che i bolscevichi non avevano torto nell’affrontarli. Riconoscere una situazione di tal genere significa, in realtà, cogliere in tutta la sua asprezza la tragedia di Kronštadt» (p. 8).
13) L. Trotsky, Stalin, 1946, Ac editoriale, 2017, p. 446.
14) Ci riferiamo a Susan Wasserman e David Cotterill, si vedano i loro scritti nel già citato The Serge-Trotsky papers.
15) Lettera del 18 marzo 1939, riportata nell’Appendice
16) È abbastanza nota la divisione, su cui Serge insiste molto nelle sue lettere, all’interno del trotskismo francese dovuta al caso Molinier.
17) V. Serge, Destino di una rivoluzione. Urss 1917-1937, 1937, Massari editore, 2017, p. 260.
18) «Dovere di difendere globalmente la rivoluzione e dovere di lottare per il risanamento interno della rivoluzione» (V. Serge, “Sporcarsi le mani per la rivoluzione”, Lettera ad Anželika Balabanova, 23 ottobre 1941, in op. cit., 1997, p. 173).
19) K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca, 1856, Editori Riuniti, 1975, p. 35.
20) Secondo Serge, La loro morale e la nostra esprime al meglio l’anima del «bolscevismo dei grandi anni, ma anche […] della decadenza, il quale, pur opponendosi con accanimento e coraggio allo stalinismo […] ne ha subito non di meno l’impronta» (V. Serge, “Morale e rivoluzione”, in op. cit., 1997, p. 65). L’articolo, una critica al libro, all’«inesistenza» della Quarta Internazionale e al bolscevismo stesso, si chiude con questa affermazione: «Bisogna dirlo: i germi di morte che il bolscevismo aveva in sé furono sempre visibili» (p. 76). Questo articolo non fu mai pubblicato, per scelta dello stesso Serge. Qualche anno dopo poneva la questione in termini leggermente diversi: «Lo stalinismo era in germe nel bolscevismo? Sicuramente sì, come i germi di morte sono presenti nell’organismo vivente. Ma il bolscevismo conteneva ben altri germi, per esempio quelli di un nuovo umanesimo e di uno Stato libertario…» (V. Serge, “Sporcarsi le mani per la rivoluzione”, in op. cit., 1997, p. 173).
21) Infra, pp. 52-53.
22) L. Trotsky, Terrorismo e comunismo, 1920, Mimesis, 2011, p. 90.
23) Infra, p. 37.
24) V. Serge, Memorie di un rivoluzionario, 1941, Massari editore, 2011, p. 201. Citiamo le parole di Trotsky commentate da Serge: «Indubbiamente, un colpo di mano militare contro la frazione Zinov’ev-Kamenev-Stalin non avrebbe presentato alcuna difficoltà e non avrebbe neanche provocato spargimento di sangue; ma il risultato sarebbe stato l’accelerazione del trionfo della burocrazia e del bonapartismo contro i quali si levava l’Opposizione di sinistra»; crediamo che questo, nonostante il commento di Serge, sia invece un ottimo esempio del principio morale di Trotsky: il fine della rigenerazione della rivoluzione poteva avvenire solo per mezzo della mobilitazione dei lavoratori, e un colpo di Stato militare non avrebbe migliorato il loro stato di passività, anzi vi avrebbe contribuito.
25) V. Serge, “Morale e rivoluzione”, in op. cit., 1997, p. 73.
26) Una comprensione unilaterale riporterebbe, a nostro parere, al principio del fine che giustifica ogni mezzo.
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